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PAUSA CAFFE’ | Luigi Pulcini: “A Hollywood ho iniziato lavorando alla colonna sonora di un film della Universal. Dopo la pandemia sono tornato a San Benedetto”

Tra i grandi incontri del compositore sambenedettese quello con Christopher Young. “Grazie a lui riuscii a creare una rete di contatti che mi ha poi portato a collaborare con la 20th Century Fox, un’esperienza letteralmente indimenticabile”
Pubblicato il 15 Settembre 2023

SAN BENEDETTO DEL TRONTO. Compositore, editor musicale e ingegnere informatico italiano il sambenedettese Luigi Pulcini con la colonna sonora originale del trailer di “Deserted” diretto da Ashley Avis ha vinto una nomination ai Music+Sound International Awards 2016.

Lei ha studiato al Conservatorio di Fermo e a quello di Santa Cecilia a Roma e poi Ingegneria Informatica presso l’Università Politecnica delle Marche Che ruolo hanno avuto gli insegnanti nella sua formazione?

I miei percorsi di studi sono stati particolarmente contorti e tortuosi. La passione musicale era così forte che andava a scontrarsi con le richieste familiari verso una formazione di stampo più tradizionale, in cui la prospettiva di un’attività artistica veniva vista come un abbaglio. Eppure sono ugualmente riuscito a trovare alcune figure che hanno segnato il mio approccio allo studio e alla ricerca. All’università, ricordo in particolare due docenti, il professor Petrucci e il professor Piazza, due esempi illustri del “rem tene, verba sequentur” ciceroniano, le cui lezioni trasudavano di passione, di competenza e di chiarezza espositiva, due modelli che hanno avuto un forte impatto nella mia costante ricerca all’approfondimento di qualsiasi argomento mi capitasse sotto tiro (una caratteristica che mi contraddistingue ancora oggi). In ambito musicale, invece, ho avuto la fortuna di incontrare docenti come i maestri Pagotto, Ignelzi e Gabrieli che hanno saputo assecondare i miei obiettivi, senza vincolarmi troppo alla rigidità dei programmi di studio. Di tutti serbo un caro ricordo perché ciascuno ha contribuito a suo modo a ciò che ho saputo infondere ai miei lavori.

Nel 2008 parte per Los Angeles, da questo momento inizia la sua carriera come compositore di musica per film. Tra i grandi incontri quello con Christopher Young. Nel 2010 viene selezionato dalla Society of Composers and Lyricists di Hollywood per prendere parte all’annuale SCL Mentor Program, che lo porta a lavorare presso gli studi della 20th Century Fox. Che ricordi ha di quel periodo?

Quando ho mosso i primi passi a Los Angeles, tutto sembrava uno scintillio di meraviglia ed emozioni. Quello che fino a pochi giorni prima potevo vedere solo attraverso il grande schermo di un cinema era lì, davanti ai miei occhi, pronto per essere afferrato, vissuto. A poche settimane dal mio arrivo, Christopher Young mi offrì la possibilità di unirmi al suo gruppo di lavoro. Può immaginare lo sbalordimento nel capacitarmi che stavo lavorando alla colonna sonora di un film prodotto dalla Universal Pictures, con Jennifer Aniston e Aaron Eckhart. E fu proprio grazie al sostegno di Chris che riuscii a creare quella rete di contatti che mi ha poi portato al mio periodo di lavoro alla 20th Century Fox, un’esperienza letteralmente indimenticabile. Le competenze sono essenziali, ma se non si ha modo di farle conoscere all’esterno non fanno molta strada. Ricordo che durante uno dei tanti eventi che animano la città al termine delle lunghe, ma appassionanti, sessioni di lavoro, mi fu presentato Tim Davies, un esordiente compositore e direttore d’orchestra australiano che, come me, amava la tecnologia musicale e che di lì a presto sarebbe diventato tra i direttori d’orchestra più richiesti di Hollywood. Passammo un paio d’ore a parlare delle più sfrenate diavolerie che l’informatica musicale metteva a disposizione. Sembrava essere finita lì. Dopo una decina di giorni, ricevetti una telefonata di Paul Haslinger: “Mi ha dato il tuo numero Tim Davies, dicendomi che sei l’unico in città a poter risolvere un problema che sto avendo con Cubase (un software molto popolare nel campo della produzione musicale)”. Andai nel suo studio, risolsi il problema e fu quello il mio piccolo contributo al film “I tre moschettieri” con Orlando Bloom.

A Los Angeles ha fondato Film Scoring Lab, Inc., una società che fornisce servizi di produzione musicale all’industria cinematografica. Che momento sta attraversando il settore?

L’industria dell’intrattenimento è quella che ha subìto l’arresto più brutale nel periodo della pandemia. Anche alcuni colossi hanno tremato e affrontato un lungo periodo di grande incertezza. Può immaginare cosa possa essere successo al sottobosco di produzioni indipendenti che, negli anni precedenti, erano riuscite a fatica a creare progetti di grande levatura artistica e professionale. Oltretutto, così come in altri campi professionali, gli aggiustamenti che la stringenza delle misure sanitarie ha reso necessari, ha cambiato molto il modo di lavorare, anche se nel nostro settore specifico lavorare in remoto era una prassi già di uso comune. Però pensi al settore delle orchestre sinfoniche, di cui la produzione musicale cinematografica si serve quotidianamente per poter registrare le proprie colonne sonore. Come si fa a mettere nella stessa stanza 100 maestri d’orchestra e 80 coristi quando ci sono in atto misure di distanziamento sociale? Si capisce bene che il settore ha subìto un brusco rallentamento. Ora, come in molti altri settori, le cose sono già migliorate notevolmente. Non ho statistiche per affermare se siano tornate a com’erano prima della pandemia, ma di sicuro la tendenza è positiva. Nel frattempo, però, tanti produttori indipendenti sono stati costretti a chiudere i battenti. E con loro tanti professionisti hanno dovuto trovare altre strade.

Ai giovani che vorrebbero intraprendere la sua strada professionale che consiglio si sente di dare?

Non so se io sia la persona più adatta per dare consigli in tal senso, ma credo sia importante riconoscere fin da subito le proprie passioni, i propri punti di forza e coltivarli senza mai risparmiarsi. Poi, è certamente necessario esporsi per farli conoscere agli altri, senza il timore di essere giudicati. In tal senso, un aspetto imprescindibile è individuare uno o più mentori che ci aiutino a portare le nostre capacità a maturazione e che ci offrano la possibilità di fare quelle esperienze che, da soli, richiederebbero anni. Il primo a offrirmi questa possibilità e ad aprire i miei orizzonti verso ciò che avveniva oltreoceano fu il maestro Angelo Talocci, un compositore romano conosciutissimo nell’ambiente per il suo talento nell’uso dell’informatica applicata alla produzione musicale. Andai a trovarlo nel suo studio di Via Fani e passammo l’intera giornata a parlare di tutto tranne che di musica. Eppure è a questa figura di mentore totalmente inconsapevole che devo molto dei miei inizi professionali. Poi, chiunque faccia questo mestiere riconosce che il talento è solo uno degli ingredienti nella ricetta della realizzazione professionale. Ci vuole anche costanza, autostima, un briciolo di buona sorte e la lucidità per saperla cogliere e sfruttare fino in fondo.

Lei è nato e cresciuto a San Benedetto. Che ricordi ha degli anni trascorsi in Riviera?

Non ho bisogno di ricordare la nostra bella Riviera, perché lo scorso anno io e mia moglie abbiamo deciso di rientrare in Italia e tornare a San Benedetto con i nostri due figli. Gli effetti della pandemia hanno pesato molto sul nostro settore, ma, molto più preoccupante è il clima di agitazione politico-sociale che gli Stati Uniti stanno vivendo. L’emergenza sanitaria ha polarizzato la nazione a livelli che gli altri paesi del mondo non riuscirebbero neanche a immaginare. Poi ci sono dei fattori endemici della società americana che la rendono davvero poco adatta a crescere una famiglia: la mancanza di tutele sociali, l’educazione, ma soprattutto la sicurezza. Pensare che mia figlia di tre anni (oggi ne ha sei) dovesse sottoporsi a delle esercitazioni anti-sparatoria nel proprio asilo è una realtà raccapricciante a cui la società americana sembra essersi rassegnata o, peggio, assuefatta. E, per quanto le opportunità che gli Stati Uniti possono offrire rappresentino un fattore molto allettante, alla fine abbiamo preferito la serenità che il nostro Belpaese garantisce, specie in una ridente città come la nostra San Benedetto. Quindi, viva l’Italia e viva San Benedetto.

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