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“Le immagini non mentono quasi mai”, il racconto di Claudio Speranza, l’ascolano protagonista della storia della tv

Nel libro scritto da Francesco Vitali Gentilini e pubblicato da Poderosa edizioni, è possibile rivivere la storia e la cronaca in 151 Paesi, attraverso i suoi occhi
▲ Speranza con Pertini e Andreaotti (ph.Picchi)

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mister jones

Era ancora un ragazzino quando sfogliando l’album di famiglia che suo padre aveva realizzato con una Voigtlander a soffietto Claudio Speranza inizia ad amare la fotografia. Nato nel ’37 ad Ascoli Piceno, Speranza, telecineoperatore, giornalista, inviato speciale per meriti, è stato per oltre mezzo secolo tra i più attenti testimoni del Tg1. Oggi in pensione. Nel libro “Le immagini non mentono quasi mai”, scritto da Francesco Vitali Gentilini e pubblicato da Poderosa edizioni, è possibile rivivere la storia e la cronaca in 151 Paesi, attraverso gli occhi del videoreporter, instancabile viaggiatore. Dai terremoti agli attentati terroristici italiani ed esteri, come quello alle Torri Gemelle ed ancora viaggi spaziali, incontri sportivi e teatrali. Fu entusiasta di lavorare con Eduardo De Filippo in “Natale a casa Cupiello” e in “Questi fantasmi”.

Speranza e Federico Fellini (ph. Bertoni)

Testimone di numerosi eventi storici, incluso quello tra Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov a Reykjavík, fino al conflitto russo-ucraino. Durante i suoi viaggi ha sempre portato con sé in valigia il libro “Il Piccolo Principe” perché leggerlo lo aiutava a pensare con sentimento. Ed è proprio attraverso le pagine di questo libro-intervista che Speranza svela anche i suoi sentimenti, come il legame con il padre Adriano «l’unico maestro che ho ascoltato. Mi insegnò a pensare, non a cosa pensare». Era 1969 quando fu realizzato uno dei primi collegamenti in diretta Rai, si trattava dell’omicidio di Ermanno Lavorini, un ragazzo di appena dodici anni.

Claudio Speranza

«Era un delitto a sfondo sessuale, la prima volta in cui esplicitamente si cominciò a parlare di pedofilia sui media» ricorda Speranza. Per il noto inviato Rai raccontare con le immagini è qualcosa di istintivo «per farlo bene devi sentirlo negli occhi, nel cuore e nelle mani, le tecniche le puoi imparare a scuola, ma non basta». Anche con un obiettivo in mano per Speranza la dignità di una persona viene prima di tutto, mai spettacolarizzare la sofferenza. Come quando in via Selci a Roma, con Enzo Tortora tra due carabinieri «non indugia nei suoi polsi ammanettati come fecero altri».

Insomma pagine ricche di preziosi consigli di vita e soprattutto per tutti quei giovani che vogliono avvicinarsi al mondo del giornalismo. Del resto la sua idea di giornalismo è fondata su un’etica professionale e umana, proprio come quella che ha guidato grandi professionisti come Mauro De Mauro, Peppino Impastato, Mauro Rostagno e Giancarlo Siani. Nonostante il lavoro che lo ha portato spesso fuori casa, la famiglia e gli amici hanno sempre rappresentato un punto fermo nella sua vita. Oggi, in pensione, Speranza si divide tra Roma e Grottammare.

Marinaio prestato alla telecamera, grande telecinereporter della Rai, in questo libro Speranza si racconta svelando piccoli particolari e debolezze di grandi leader e personaggi, della professione giornalistica, ma anche di se stesso. Infatti parla anche della sua malattia e tra le ultime parole che riporta nel libro ci sono «Ho imparato che i momenti belli insegnano ad amare la vita, quelli brutti a saperla vivere». Il libro, con prefazione di Nuccio Fava e la postfazione curata da Antonio Catolfi, è arricchito da più di 100 scatti. Numerosi i premi che ha ricevuto, tra cui quello dedicato a Iliara Alpi/Hrovatin. E’ membro di Reporters Sans Frontières e dell’associazione dei Giornalisti Europei. Ancora oggi lavora come documentarista freelance, seguendo problematiche ambientali e sociali.

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