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E’ morta Elisabetta Pavoni, la madre coraggio che perse il figlioletto nella strage del 1949

Era la mamma di Franco Branconi, il bimbo di sei anni che morì insieme al cugino e a due amichetti per una granata che esplose in via Aspromonte
Pubblicato il 14 Ottobre 2016

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Quando nel 2013 le diedero il Gran Pavese la chiamarono “Madre Coraggio”. A 96 anni è morta Elisabetta Pavoni. Era la mamma di Franco Branconi, figlio unico, scomparso all’età di sei anni insieme al cuginetto Armando e ad altri due amici, Francesco Mosca e Nicola Pulcini in seguito ad una terribile esplosione che avvenne al centro di San Benedetto il primo aprile del 1949.

La Pavoni, premiata con il Gran Pavese nel 2013, era diventata la donna simbolo delle tragedie cittadine legate agli anni della guerra e della Resistenza. Perché suo figlio, suo nipote e i suoi due amici, morirono a causa di alcune granate lasciate dai partigiani durante il periodo della ritirata tedesca, circa cinque anni prima.

La tragedia avvenne alle 16 e 30 in punto in via Roma. Fu un boato che avvertirono in tutta la città. Si trattò di una granata che quei ragazzini avevano scambiato per un ferrovecchio da poter rivendere a Maggiorà per tirare su qualche lira.

Fu la strage più drammatica, a San Benedetto, dal dopoguerra a oggi. Il boato partì da via Aspromonte dal sottoscala dell’abitazione di Marcello Pulcini un falegname con simpatie comuniste che, oltre a perdere il figlio in quell’esplosione, rischiò anche di perdere la libertà. Perché i carabinieri, conoscendo le sue frequentazioni politiche lo consideravano un sovversivo e pensarono subito che l’ordigno appartenesse ad un potenziale arsenale custodito in casa dell’uomo e lo arrestarono.

Ma non era quella la verità e ai militari, in punto di morte, lo spiegò, Armando Branconi, il cugino di Franco che scagionò l’uomo prima di esalare l’ultimo respiro. Erano andati al monte di Bruciccio per giocare. In una grotta avevano trovato un baule pieno di pezzi di ferro. Loro non potevano saperlo, ma quelli erano ordigni che un gruppo di partigiani aveva nascosto lì qualche anno prima, all’epoca in cui seguivano sulle colline l’arretramento del fronte nazista.

Nessuno tornò a recuperare quelle granate che rimasero lì per almeno cinque anni. Scambiarono quegli ordigni, ne presero alcuni e li portarono a valle per pulirli. Scelsero il sottoscala di casa Pulcini tirarono fuori le granate e, con l’intenzione di pulirle dalla terra e dallo sporco, iniziarono a batterle con un bastone. Scoppiò l’inferno. Alle 16 e 30 le case del centro di San Benedetto vibrarono.

Nicola Pulcini e Francesco Mosca morirono praticamente sul colpo. L’esplosione li dilaniò. Erano loro che stavano battendo il ferro. Armando Branconi si trovava al loro fianco. Morì quattro ore dopo, nell’ospedale di via Pizzi. Il più piccolo del gruppo, Franco, che era cugino di Armando, spirò invece dopo otto giorni di coma durante i quali i medici furono costretti ad amputargli le mani.







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