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Il Festival di musica antica Gaudete ad Ascoli con il Requiem di Mozart

Giunta alla sua undicesima edizione la rassegna ha proposto il famoso lavoro incompiuto del compositore austriaco
Pubblicato il 5 Novembre 2018

ASCOLI PICENO – Non un concerto, ma un momento per avvicinare lo spirito all’immortalità. Queste le parole di Giovanni D’Ercole, vescovo della diocesi di Ascoli Piceno, durante il saluto rivolto ieri sera, sabato 3 novembre 2018, al numerosissimo pubblico accorso nella Basilica Cattedrale di Sant’Emidio, al centro di Ascoli, in occasione dell’esecuzione della messa da requiem in Re minore, al numero 626 del catalogo Köchel, di Wolfgang Amadeus Mozart per soli, coro e orchestra.

In ricordo delle vittime del terremoto che ha colpito le Marche nel 2016, il Festival internazionale di musica antica “Gaudete!”, giunto alla sua undicesima edizione, ha proposto il famoso lavoro incompiuto del compositore austriaco eseguito, su strumenti antichi, dall’Orchestra Triacamusicale affiancata dal coro Cantores Mundi e diretta da Mara Colombo. I quattro solisti dell’opera sono stati: la soprano Fulvia Campora, il contraltista Nikos Angelis, il tenore Riccardo Rigo e il basso Roberto Bustia.

In apertura il cantore Nikos Angelis, direttamente dal pulpito della basilica, si è prodotto nella sequenza Dies Irae, un canto gregoriano su testo attribuito a Tommaso da Celano. La prestazione del giovane musicista è stata discreta, sebbene in alcuni momenti dell’orazione, in particolar modo nelle ultime terzine, l’intonazione abbia subìto un calo rispetto al diapason iniziale. Una introduzione forse di troppo visto che, sia quanto a organico sia dal punto di vista stilistico, nulla ha a che fare con la musica di Mozart.

A ogni modo la serata è entrata poi nel vivo con l’ingresso in scena dell’orchestra di venticinque elementi, del coro vercellese costituito da cinquanta cantanti, alcune voci bianche comprese, dei solisti e della maestra Colombo.

La scelta di esibirsi nel Requiem di Mozart è senz’altro coraggiosa e ambiziosa al contempo dato che si tratta di una composizione lunga e complessa. Un’opera della quale Mozart scrisse solo alcune parti nel 1791, anno della sua morte, e che fu successivamente integrata, modificata e completata dall’austriaco Franz Xaver Süssmayr, copista di Mozart.

Altra scelta interessante operata dalla maestra Mara Colombo è quella del diapason a 430 Hertz per l’orchestra e gli organi cioè la definizione dell’altezza dei suoni prodotti dagli strumenti e dalle voci. Storicamente, nel 1780 a Vienna, gli antenati del pianoforte (fortepiani e clavicordi) venivano accordati dal costruttore Stein con un LA a 421,6 Hertz, strumenti probabilmente in uso a Mozart (secondo quanto riporta lo studioso Alexander Ellis nel 1885).

La decisione dunque, nonostante non esattamente fedele alle fonti, appare sensata anche per il coinvolgimento di due organi positivi che oggigiorno possono essere reperiti più facilmente con un corista a 430 Hertz invece che a 421 o 422 Hertz.

A parte la riflessione sulla filologia del diapason, a colpo d’occhio si è notata chiaramente una sproporzione tra il coro, foltissimo, e l’orchestra, quasi sparuta con la conseguenza di uno sbilanciamento delle masse sonore in gioco: l’orchestra veniva fuori solo nel forte o nei passaggi durante i quali il coro era silenzioso.

Quanto all’organico dell’orchestra, la sensazione è stata quella di un suono per lo più scuro dato dai numerosi strumenti al basso continuo (due organi contrapposti, tre violoncelli e due contrabbassi) rispetto alla presenza di soli sei violini e due viole. In effetti dalle fonti si evince che la consistenza degli archi in una delle più famose orchestre ai tempi di Mozart, quella di Mannheim, era nel 1778 di venticinque violini, tre viole, quattro violoncelli e tre contrabbassi. Dunque i bassi avevano una consistenza pari a un quarto di violini e viole assieme.

La prova dell’orchestra è stata buona, dopo tutto, con una particolare menzione per il trombone solista nel Tuba mirum e dei corni di bassetto. Anche i Cantores Mundi, coro storico di Borgosesia, hanno offerto una buona prestazione considerato che non si tratta di professionisti.

Ora i solisti. Se da una parte la soprano Fulvia Campora è stata sempre all’altezza, con timbro gradevole anche nella tessitura acuta e con intonazione costantemente precisa, come pure il basso Roberto Brustia dal piacevole timbro chiaro, altrettanto non si può dire per il tenore Riccardo Riga e il contraltista Nikos Angelis.

Il tenore ha dato una prestazione perlopiù sfuocata e poco convincente; la voce del contraltista invece sembrava proprio fuori contesto, sia come timbro sia come intensità, tanto che non si riusciva quasi mai a percepirne la presenza tra i solisti. Infine, per il giovane cantante di origine greca, si sono avvertiti alcuni passaggi con intonazione calante.

Un plauso infine alla direttrice d’orchestra Mara Colombo per la conduzione, la scelta dei tempi e il tactus.

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