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Il giorno in cui morirono quattro bimbi e San Benedetto si fermò

La storia dei piccoli sambenedettesi che, nel 1949, trovarono una cassa piena di granate che scambiarono per del semplice ferro
Pubblicato il 25 Settembre 2013





Via Roma tremò alle 16 e 30 in punto del primo aprile 1949. Fu un boato che avvertirono in tutta la città, spaventosamente simile all’esplosione di una bomba, tragicamente identico all’esplosione di una bomba. Perché fu una bomba. Per l’esattezza una granata che uccise quattro ragazzini. Il più grande si chiamava Nicola Pulcini, doveva compiere dodici anni. Il più piccolo, Franco Branconi, ne aveva appena sei. Con loro sono morti anche Francesco Mosca, 11 anni, e Armando Branconi, di nove.

Fu una strage, la più drammatica, a San Benedetto, dal dopoguerra a oggi. Una strage che non ricorda nessuno. Il boato che uccise quattro bambini fece tremare tutto il centro. Partì da via Aspromonte, dal sottoscala dell’abitazione di Marcello Pulcini un falegname con simpatie comuniste che, oltre a perdere il figlio in quell’esplosione, rischiò anche di perdere la libertà. Perché i carabinieri, conoscendo le sue frequentazioni politiche lo consideravano un sovversivo e pensarono subito che l’ordigno appartenesse ad un potenziale arsenale custodito in casa dell’uomo e lo arrestarono.

Ma non era quella la verità e ai militari, in punto di morte, lo spiegò un ragazzino di nove anni, Armando, che scagionò l’uomo prima di esalare l’ultimo respiro. Erano andati al monte di Bruciccio per giocare. In una grotta avevano trovato un baule pieno di pezzi di ferro. Loro non potevano saperlo, ma quelli erano ordigni che un gruppo di partigiani aveva nascosto lì qualche anno prima, all’epoca in cui seguivano sulle colline l’arretramento del fronte nazista. Nessuno tornò a recuperare quelle granate che rimasero lì per almeno cinque anni.

“Scambiarono quegli ordigni per pezzi di ferro da poter rivendere a Maggiorà – ricorda oggi Amalia Branconi, la sorella di Armando – perché a San Benedetto tutti i ragazzini sapevano che in quel modo si poteva guadagnare qualche lira facilmente”.

Ma il ferro andava pulito così i quattro se ne misero in tasca più pezzi possibili e tornarono a valle, in paese. Scelsero il sottoscala di casa Pulcini tirarono fuori le granate e, con l’intenzione di pulirle dalla terra e dallo sporco, iniziarono a batterle con un bastone. Scoppiò l’inferno.

Alle 16 e 30 le case del centro di San Benedetto vibrarono. “In quella zona – racconta Amalia – c’era lo stabilimento delle gazzose di Perotti. Pensammo tutti che fosse esploso qualche grosso deposito di gas”. Nicola Pulcini e Francesco Mosca morirono praticamente sul colpo. L’esplosione li dilaniò. Erano loro che stavano battendo il ferro.

Armando Branconi si trovava al loro fianco. Morì quattro ore dopo, nell’ospedale di via Pizzi. Leone Curzi si accorse di quello che era successo ed evitò un’altra strage perché prima di gettare gli indumenti dei ragazzini  nel fuoco, come prassi voleva all’epoca, controllò nelle tasche dei pantaloni e rinvenne le altre granate.

Il più piccolo del gruppo, Franco, che era cugino di Armando, spirò invece dopo otto giorni di coma durante i quali i medici furono costretti ad amputargli le mani. Sua madre si chiamava Elisabetta Pavoni, è deceduta nell’ottobre 2016. Abitava insieme ad Amalia Branconi e a suo marito Pietro Paciotti. Per decenni non ha parlato mai di quello che accadde quel pomeriggio ma ogni sera, prima di spegnere la luce, salutava la foto del figlioletto e del marito che tiene sul comodino.

La città si fermò. Il comune provvide ai funerali e fu lutto cittadino. Le tre bare bianche del primo funerale, furono accompagnate da centinaia di persone. La stessa folla accompagnò il piccolo Franco, sei anni e mezzo, nel suo ultimo viaggio qualche giorno dopo.



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